Vërnis on the road
Viaggiare per il mondo dipingendo
Si parteeeee!!!
All’alba di domani due Vërnis saranno in viaggio verso Glasgow!
È una trasferta di lavoro, diversa da una gita turistica ma, per certi versi, ancora più entusiasmante. Perché è la combo perfetta: il nostro lavoro e la possibilità di scoprire luoghi che difficilmente avremmo scelto! Esperienze non programmate, quasi frutto del destino, incontri, odori, cibi, imprevisti, sfide e storie da raccontare.
E poi l’idea di lasciare le nostre opere in giro per il mondo continua a farci impazzire! Intervenire in spazi pubblici attraversati da persone diverse, e andarcene lasciando uno scenario cambiato, è una delle ragioni per cui abbiamo scelto di essere mural artists. Ci piace pensare che qualcuno passerà davanti a quel muro tra settimane, mesi o anni, senza sapere nulla di noi, ma trovando comunque qualcosa con cui entrare in relazione e che possa, in alcuni casi, cambiare un po’ la sua giornata.
Una trasferta è un po’ come spostare per un momento la propria vita altrove e il posto che ci ospita diventa temporaneamente casa. All’inizio tutto sembra lontano e dispersivo, poi improvvisamente inizi a riconoscere un incrocio, una fermata, un negozio. Sono micro-orientamenti che trasformano un luogo sconosciuto in un posto familiare. Ma il nostro è soprattutto un lavoro all’aperto e in mezzo alla gente, quindi succedono anche cose particolari: diventiamo esperte di meteo locale, guardiamo il cielo con un’attenzione quasi professionale, misuriamo mentalmente vento e umidità, impariamo a capire quando conviene fermarsi e quando invece bisogna accelerare. Impariamo velocemente anche il vocabolario minimo indispensabile: “grazie”, “si, è legale”, “siamo mural artists”, “pittura all’acqua”, “arriviamo dall’Italia”. Perché chi passa si ferma, chiede, commenta, e spesso quei micro scambi sono frequenti e richiedono un vocabolario non molto vasto.
E poi sviluppiamo una faccia tosta crescente: quella per cui puoi chiedere in macelleria dove trovare un ristorante vegano senza nessuna remora, o domandare indicazioni a chiunque dai 10 anni in su. È una forma di adattamento spontaneo, quasi necessaria quando il lavoro ti mette in mezzo alla città per ore.
A proposito di essere vegane: mangiare fuori non è mai del tutto scontato! Potremmo finire a mangiare insalata verde per giorni, ma quasi mai succede. Perché iniziamo a cercare, ed è proprio così che finiamo per girare davvero le città. Ristorantini trovati per caso, bar fuori mano, supermercati improbabili, posti in cui non saremmo mai arrivate altrimenti che magari sono super affascinanti.
Negli anni abbiamo imparato anche a fermarci un po’ di più del tempo strettamente necessario al lavoro. Qualche giorno, all’inizio per gestire gli imprevisti, che in queste situazioni ci sono sempre, e per non correre troppo. Poi è diventato un modo per darci lo spazio di capire dove siamo finite, approfondire incontri, visitare qualche museo o qualche mostra, concederci una serata pazzina, osservare meglio il contesto e portare a casa suggestioni che possano entrare nel nostro lavoro futuro.
Perché una trasferta non è turismo, ma non è nemmeno solo lavoro. È una via di mezzo che ci interessa sempre di più, perché cambia il modo in cui guardiamo i posti e anche quello che creiamo. Viaggiare per lavoro non significa solo portare altrove quello che facciamo sempre.
Significa lasciare che quel posto entri nel lavoro, che ne modifichi i tempi, i colori, l’energia.
E ogni volta torniamo a casa un pezzo di città che, in qualche modo, resta dentro quello che faremo dopo.
Certo, ogni trasferta presenta delle insidie, e sappiamo già adesso che questo viaggio ne ha una gigantesca: la lingua!
Lo scozzese altro non è che un inglese incomprensibile, quindi siamo consapevoli che dovremo trovare delle soluzioni a questo piccolo, insignificante, problemino di comunicazione, ma siamo pronte ad esprimerci a gesti e cavarcela come se fossimo delle partecipanti di Pechino Express in cerca di un passaggio tra Vietnam e Laos (cosa che peraltro vorremmo fare tantissimo!)
Write you soon! Bye bye!
Per stare comodi
Cose che puoi leggere, guardare o ascoltare dal divano.
Henri Rousseau era un impiegato della dogana a Parigi che iniziò a dipingere da autodidatta.
Molte delle sue celebri giungle tropicali — come The Dream — non le aveva mai viste davvero. Non aveva mai viaggiato in foreste esotiche: le costruiva interamente nella sua immaginazione, partendo da serre botaniche, giardini parigini, illustrazioni e racconti coloniali.
Rousseau era di fatto un “viaggiatore senza viaggio”.
On the Road è il romanzo manifesto della Beat Generation, scritto da Jack Kerouac e pubblicato nel 1957.
È la storia di un viaggio continuo attraverso gli Stati Uniti tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50. l libro non è solo un racconto di viaggio, ma un modo di scrivere il viaggio: frasi veloci, ritmo quasi musicale, un flusso continuo che imita il movimento dell’auto, dei treni, dei corpi.
Il senso centrale è questo: la strada non è un mezzo, è un’identità. Non si viaggia per vedere posti nuovi, ma per restare in uno stato di trasformazione continua.
Per stare scomodi
Cose che potrebbero farti alzare dal divano.
Richard Long (nato a Bristol, Inghilterra, nel 1945) è un artista britannico pioniere del movimento della Land Art e dell’arte concettuale. È noto per le sue opere che uniscono camminata, scultura e fotografia. Esplora il rapporto tra uomo e paesaggio. Se volete vedere una sua opera, al Castello di Rivoli c’è una sua opera permanente: Rivoli Mud Circle (Cerchio di fango di Rivoli)
Yayoi Kusama ha raccontato spesso di aver vissuto lunghi periodi di forte isolamento volontario, soprattutto legati alla sua salute mentale e al suo rapporto molto intenso con il proprio mondo interiore. Dal 1977 vive stabilmente in un ospedale psichiatrico a Tokyo, per sua scelta, e da lì continua a lavorare ogni giorno nel suo studio vicino. Eppure dicono di lei: “…ha infranto i confini dello spazio!”



Che bello incontrarsi qui a Glasgow, of all places! 😂